Le lotte per il diritto alla casa nel dramma del presente

Ecco il romanzo, apertamente, politico, di Alessio degli Incerti

di MAURO TROTTA (quotidiano il manifesto del 2 ottobre 2018)

Non è facile trovare oggi un romanzo che si occupi di questioni sociali e le tratti, per di più, con sguardo scopertamente politico. Un romanzo che tenti di descrivere la realtà senza filtri noir, fantascientifici o rosa. Un romanzo in cui si dichiari apertamente che «era in atto una guerra tra poveri in cui avrebbe vinto chi fosse riuscito a raggiungere il più alto grado di mortificazione». O ancora: «Oggi straordinario è chi riesce a sopravvivere con cinquecento euro al mese, grasso che cola se arrivi a ottocento. Tre mesi qua, tre mesi di là, un mese fermo, un altro mese da qualche altra parte. E la pensione? Lasciamo perdere».
Tutto questo senza toni patetici né, all’opposto, trionfalistici, senza crogiolarsi nella miseria né, al contrario, far balenare improbabili soli dell’avvenire. Ma semplicemente narrando una storia, piccola, individuale ma significativa, eppure perfetta per raccontare la situazione attuale.

Il romanzo è Venite a prendere Tommaso Renise di Alessio degli Incerti. La storia che narra è quella di Alberto Renise e di suo padre Tommaso, appunto. Una vicenda comune a tanti, legata alle lotte per il diritto alla casa. Dopo un primo sfratto, la famiglia Renise si trova a combattere con l’impossibilità, data la loro modesta condizione, a procurarsi un tetto. Fino a quando Alberto, insieme al padre Tommaso, si installano nella loro prima abitazione, sfitta da tempo. E inizia la resistenza, a oltranza. Alberto decide di non uscire più di casa e di ignorare ogni intimazione di sfratto. In pratica si barrica nel proprio nido resistendo a ogni tentativo da parte di “loro”, ovvero i rappresentanti delle istituzioni, gli ufficiali giudiziari.

La narrazione è caratterizzata da numerosi flash back attraverso i quali vengono ricostruite le vicende passate dei Renise ed è tutta in prima persona, a raccontare, ad eccezione del capitolo finale, è sempre Alberto. Questa scelta permette all’autore di mettere a nudo l’animo del protagonista in modo tale che emergano angosce, ansie, dubbi e indecisioni e che anche la realtà esterna risulti sempre inquadrata da un particolare punto di vista. E viene fuori, soprattutto, il rapporto, caratterizzato da tutta una serie di sentimenti e passioni contrastanti, che lega indissolubilmente il figlio al padre, con tutto il suo carico di amore e odio.
Il linguaggio utilizzato, d’altro canto, piano, semplice, estremamente scorrevole, in qualche maniera oggettivo, sembra quasi depotenziare l’utilizzo della narrazione in prima persona, restituendo al lettore una forte impressione di realtà per quel che concerne gli eventi raccontati. L’atmosfera che si respira si potrebbe definire in qualche modo kafkiana, sia per l’incontro-scontro con la macchina burocratizzata e in qualche modo impersonale – seppur incarnata da personaggi precisi e caratterizzati – delle istituzioni, sia per questo senso di attesa incombente dell’intervento da parte di qualcuno.

Anzi, tenendo presente anche il rapporto in un certo senso viscerale che lega il personaggio principale alla sua abitazione, oltre all’attesa e alla paura per un intervento esterno catastrofico, non può non venire in mente un’opera ben precisa, dell’autore praghese, ossia La tana.

Tra eventi, ricordi, tentativi di lotte organizzate, sconfitte, disillusioni e speranze, la storia va avanti, mettendo in mostra, tra l’altro, una serie di personaggi indimenticabili, teneri, ingenui, grotteschi, meschini, fra cui spiccano i ritratti di alcuni padroni di casa e di varie tipologie di ufficiali giudiziari. Fino ad arrivare all’inevitabile finale che, però, nella sua ineluttabile necessità, cela una sorpresa inaspettata.