Danzando con Nannina. Un "topolino" al Louvre

L'esordio narrativo di Anna D'Elia. Una storia (quasi vera) nella Parigi di fine '800

“La scimmia di Degas” è il primo romanzo di Anna D’Elia. L’autrice barese è ben nota per saggi e prove di critica e didattica dell’arte. Da lunghi studi proviene la scelta di assumere a protagonista un famoso e controverso artista della Parigi belle époque, nel tempo di grandi cambiamenti fra la prima mostra degli impressionisti da Nadar, 1874, e l’esposizione nel 1881 della sua “Ballerina di 14 anni”. Statua in cera di una ragazza bruttina (“fronte sfuggente, muso sporgente”) al limite dell’iperrealismo (veri capelli, tutù, scarpette, nastri) che suscitò clamore e scandalo.

“Una scimmia, un azteco, da mettere sotto formalina e da spedire al museo Dufuitreu di patologia umana”, scrisse Elie De Mont. A giudizi di questo genere – che ricorrono in scrittori come Huysmans e Vàlery – allude il titolo “forte” del libro. Con echi della fama di misoginia che accompagnò Degas - scapolo impenitente e cattivo carattere – anche sulla scorta di alcuni suoi appunti sprezzanti (nei Carnets annotava come “animali che si lavano” le donne nude da lui ritratte in lavacri domestici). Lettura che la D’Elia contesta, svolgendo una trama complessa che dal rapporto drammatico fra l’artista e la sua modella si dilata a scandaglio generale del mistero della creatività.

Dunque più che al “romanzo storico” o al biopic la narrazione sincopata volge sul versante psicologico. In uno storyboard denso di eventi, affollato di personaggi storici, appaiono i luoghi cari alla pittura di Degas - scuola di ballo, bordello, scuderia, café chantant, circo - ma anche la Salpetière (la clinica dove il dottor Charcot curava le isteriche frequentata da Freud), un mattatoio, l’obitorio della Morgue .

Non a caso la scrittura è tutta vibrata “in soggettiva”, con un Io narrante che è lo stesso Degas. Rappresentato come un missionario della pittura, “unica sposa” a cui si dedica sacrificando affetti e rapporti, per rivelare “ verità amare”. Si capisce già in apertura di libro dalla (immaginaria) lettera che lui scrive all’amico pittore pugliese Peppino De Nittis e – in chiusura- da una lettera che gli manda Nannina, la protagonista femminile del romanzo. Inventata andando ben oltre lo spunto storico offerto dalla ragazza che Degas assunse come modella per la Petit danseuse (l’originale in cera sta nella National Gallery di Washington; sono sparse fra musei e collezioni private le 22 copie in bronzo realizzate nel 1921-31, dopo la morte dell’autore). Si chiamava Marie Geneviève van Goethem, figlia di un sarto e di una lavandaia belgi emigrati a Parigi. Ammessa nel 1880 alla scuola di ballo dell’Opera, fu “licenziata” l’anno dopo e probabilmente finì a fare la prostituta (come spesso accadeva alle ballerinette, sprezzantemente bollate come petit rats, “topolini”). Nannina invece è immaginata come la figlia di una governante creola, nata a Napoli e da lì portata malvolentieri a Parigi nel 1874 da Degas su preghiera del padre morente e rimasta a vivere con lui dall’età di dieci anni, nell’ambiguo ruolo di ospite (governata dalla domestica Sabine) e di modella a tempo pieno.

L’artista mantiene Nannina, la iscrive alla scuola di danza. Ma, inseguendo il démone della “perfezione” senza la quale la pittura è “un crimine”, la sottopone a prove estreme di violenza fisica e psicologica per trarne dipinti di qualità tale da “rendere tollerabili le verità più terribili” . Tanto che la ragazza – nel frattempo sbocciata a donna - passa dalla gratitudine all’odio, fugge di casa, finisce in carcere, denuncia il suo protettore. Si celebra un processo nel quale sfilano testimoni pro e contro, Degas espone le sue ragioni davanti ad un pubblico diviso (le più ostili sono le suffragette, femministe d’antan). Condannato, plasma quasi con furia vendicativa la statua della ballerina-scimmia. Ma contemplandola comprende che cosa lo spingeva davvero a dipingere con tanto realismo donne reiette: “Nei corpi in cui le avevo racchiuse, mostravo la presenza del male che sostanzia la mia natura, non diversamente da quella di tutti i miei simili… Non è mio intento demonizzare l’animalità che ci accomuna, al contrario : riconoscerla è la nostra unica possibilità di salvezza”.

L’arte dunque come rispecchiamento di sé (principio freudiano a cui ricorre per esempio Michel Leyris analizzando, in clima surrealista, il rapporto fra il Pittore e la Modella in Picasso). Che si ribalta simmetricamente nella “rivelazione” che colpisce Nannina. Liberata di Degas, va al Louvre a “vedersi” nei suoi dipinti e disegni, e l’odio si tramuta in riconoscenza e affetto. Le tremende prove subite le appaiono – grazie all’arte - come un percorso di formazione. La lettera finale al suo involontario Pigmalione assume toni da catarsi aristotelica: “Ora non ho più paura di niente”. Sono molte le discussioni sul piano storico e teorico a cui il romanzo si presta. Ma risalta e conta a livello di scrittura il coinvolgimento empatico nel narrare fremente. Anch’esso, a sua volta, con sentori autobiografici.

di PIETRO MARINO (Tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno del 27 giugno 2015)