Perchè un romanzo su Degas? L'intervista a Repubblica

Il racconto di un percorso che giunge all'artista francese

La Scimmia di Degas (Giazira Scritture) è il nuovo romanzo di Anna D’Elia, critica d’arte e curatrice che nel corso della sua attività editoriale oltre alla saggistica e alla produzione di testi di presentazione per mostre e cataloghi, non ha mai trascurato la narrativa, naturalmente senza tralasciare il suo sguardo puntato sull’arte e le sue storie. Il suo contributo più significativo è la monografia su Pino Pascali, con saggi e interventi di diversi autori, pubblicata nel 1982 (Laterza), poi aggiornata e ripubblicata in tempi recenti da Electa. L’abbiamo incontrata per ripercorrere, attraverso una breve chiacchierata, alcuni step del suo percorso nell’arte contemporanea.

Partiamo da questo romanzo su Degas, senza però svelare i dettagli, mi pare che al centro della storia ci sia il rapporto complicato tra il maestro e la sua modella…
«Le modelle in passato sono sempre state figure “inesistenti”, serve a pieno servizio e malpagate, divengono poi mogli. Mi piaceva l’idea di riflettere sulla figura della modella, che nell’arte non esiste più. Questo è stato uno degli input, poi mi è sempre piaciuto il lato oscuro dell’arte, le motivazioni nascoste dietro l’opera, anche quelle malsane. Mi interessa capire se l’arte può essere anche un crimine e fino a che punto è capace di sacrificare degli esseri umani per la realizzazione dell’opera. Nel libro la vittima pare rigenerata, naturalmente attraverso un percorso di apprendistato. D’altronde l’arte è anche estrema, non la si può fare con le mezze misure. La lezione di Degas è questa, non puoi fare l’arte per passatempo. Degas è stato un artista scomodo, si è battuto per rinnovare l’immagine del corpo della donna, grazie a lui non è più stata rappresentata come una macchina anatomica. È paradossale come artista, anche Pascali mi interessa per questo: anche il grande Pino era paradossale».

Facciamo un passo indietro. Come mai ti sei interessata all’opera di Pascali?
«Era stato sostanzialmente dimenticato nei grandi circuiti, all’estero non lo consideravano, mi sembrava opportuno colmare questo vuoto bibliografico, ma in realtà la motivazione era dettata dal piacere di conoscere meglio il lavoro di questo artista, mi è sempre piaciuto scrivere solo dei nomi che stimo. In Puglia poi era quasi sconosciuto, anche se in Pinacoteca provinciale a Bari si erano tenute le prime edizioni del Premio a lui dedicato. Poi nel 1983, dopo la pubblicazione del libro, in Pinacoteca a Bari si tenne una mostra sul Pascali pubblicitario, con disegni provenienti sostanzialmente dalla collezione Lodolo e da altri privati. Fu un lavoro di ricognizione, c’erano amici e collezionisti di Pascali che avevano raccolto queste opere, spesso salvandole dall’oblio, l'artista spesso cestinava i suoi disegni per la pubblicità. Molti anni dopo sono anche stata invitata dal museo Reina Sofia di Madrid, che ha promosso una retrospettiva su Pascali. In quell’occasione pubblicai il mio saggio sul catalogo della mostra. Ho sempre amato la sua ricerca e ho sempre cercato di aggiornarmi sulle mostre e le pubblicazioni che riguardano il suo lavoro.

Lo scorso anno, con Rosalba Branà, hai curato una mostra con 32 mq di mare, circa di Pascali e le 365 fotografie del cielo di Luigi Girri, alla Fondazione Pascali di Polignano…
«Sognavo una mostra Pascali-Ghirri, motivata dalla loro comune visione di una natura geometrizzata, quella mostra funzionava benissimo. La Fondazione Pascali si è impegnata molto, anche per sostenere i costi del restauro del Pascali, è stata un’azione benemerita, la parte loro».

Con il regista Maurizio Sciarra stai lavorando a un documentario su Pascali. Puoi accennarmi qualcosa?
«Ci sarà un Pascali letto con uno sguardo contemporaneo, attraverso le testimonianze di chi l’ha conosciuto e frequentato, tra cui il gallerista Fabio Sargentini e lo storico dell’arte Vittorio Rubiu, ma anche l'attrice Paola Pitagora, che era sua amica. La voce della Pitagora guiderà lo spettatore in tutto il percorso. E poi ci sono le riprese, anche alla Fondazione Pascali e al cimitero di Polignano, dove Pascali è sepolto. Ci sono stata di recente proprio con Sargentini e Rubiu, fu molto emozionante ascoltarli, Sargentini parla di Pascali come se fosse ancora vivo, una presenza costante in tutta la sua vita».

Che ruolo hanno avuto i privati nell’arte contemporanea di questa regione?
«Le gallerie con un ruolo importante sono state sostanzialmente due, quella di Marilena Bonomo e il Centrosei, entrambe a Bari, dove ha avuto un'operatività, seppur con scelte più standard, anche Ninni Esposito. Il merito della Bonomo è stato quello di portare qui in Puglia l’arte internazionale di ricerca».

Con Marilena Bonomo ha lavorato, tra gli altri, anche il barese Biagio Caldarelli, un altro nome ormai dimenticato. Quali sono gli artisti pugliesi della seconda metà del novecento sottovalutati?
«Domanda difficile, ce ne sono tanti. Ma penso in particolare alle donne, come Franca Maranò, Ada Costa e Maria Antonietta Barnaba, emigrata a Padova, pittrice di grande livello, del tutto dimenticata qui».

Da cosa dipendono queste dimenticanze?
«Il problema è che qui manca un vero sostegno – galleristi, collezionisti –, l’artista va sostenuto da quello che si chiama sistema dell’arte. E dov’è questo sistema in Puglia?».

Quali sono invece i giovani artisti pugliesi a cui guardi con attenzione?
«Mi piace il lavoro di Raffaele Fiorella, artista che stimo particolarmente, anche se non abbiamo mai lavorato insieme. Nella sua ricerca c’è un buon connubio tra tecnologia e stupore arcaico e della favola».

Quali sono stati i tuoi compagni di strada nel lavoro?
«Da giovanissima frequentavo molto Francesco Matarrese, eravamo colleghi all’Università, si viveva il boom dell’arte concettuale, e riflettevamo molto insieme. Ho un libro nel cassetto scritto quasi a quattro mani con lui, dedicato ai movimenti italiani, inglesi e americani di quegli anni. Poi c’è sicuramente Gianni Leone, il mio rapporto con il mondo della fotografia e con Luigi Ghirri, in particolare, è stato mediato dalla nostra amicizia e dalla nostra comune militanza».

Cosa ti auguri, infine, per il futuro dell’arte contemporanea in Puglia?
«Spero che gli artisti giovani resteranno qui, ma bisogna impegnarsi per creare studi, residenze d’artista, un lavoro utopistico che dovrebbe vedere rinnovati anche i luoghi della formazione. Un lavoro utopistico, che dovrebbe… tante cose… (sorride, ndr)».

di LORENZO MADARO - intervista tratta dal blog Arte,arti visive e dintorni di Repubblica