La scimmia di Degas: il ritratto umano di un artista

Un romanzo che scava nei sentimenti, scoprendo le ipocrisie della società

di PASQUALE BRASCHI

Spesso ci si chiede se sia l’arte a imitare la vita oppure il contrario, ma per Edgar Degas la vita è quella dagli aspetti più bassi, in cui sono evidenti le pulsioni più segrete. La sua arte è una vera creazione, “un atto sospeso fra il bene e il male” (pag. 5) che gli procurerà una condanna dalla quale dovrà difendersi. La scimmia di Degas, romanzo di Anna D’Elia (Giazira scritture, 2015, pp. 193, euro 15), si apre con “Caro amico mio, vi prego di ascoltarmi”, una lettera in cui l’Artista pone alcune domande al destinatario – che potrebbe essere anche il lettore di questo libro – affinché possa riflettere sui capi d’accusa di cui lui dovrà rispondere in tribunale.

Attraverso la tecnica del flashback, Degas racconta la propria vita a partire dal suo ritorno a Napoli, nel 1874, quando il padre, gravemente malato, gli chiede di prendersi cura di Nannina, una bambina di dieci anni, figlia della domestica creola Alberthe. La bambina seguirà il quarantenne Edgar a Parigi dove, nonostante gli stenti e le difficoltà, vivrà esperienze forti e indimenticabili, posando per il pittore e dedicandosi alla danza. Tra loro si instaurerà un rapporto di affetto e di stima, ma nessuno dei due manifesterà i propri sentimenti all’altro. “Quando si è disgustati dal mondo esteriore, si cerca in se stessi, da qualche parte, un luogo in cui vivere” (pag. 167).

Con la consapevolezza che la malattia lo priverà del dono della vista (“La cecità copre solo l’apparenza degli esseri e delle cose. Mi abituo a cogliere ciò che si nasconde dietro di essa”, pag. 20), Degas si dedicherà anche alla scultura, perché è proprio toccando, come fanno i bambini, che si possono imparare tante cose, a partire dalla conoscenza del proprio corpo.

L’accusa di sfruttamento, plagio di minore e atti lesivi nei confronti della modella costituisce il perno intorno al quale ruotano le vite di accusatori e difensori, e tra questi ultimi spiccano Gustave Flaubert, anch’egli reduce da un processo, e Giuseppe De Nittis. Entrambi daranno prova dell’amicizia sincera nei confronti dell’amico Degas, condividendo pienamente il suo spirito artistico, in quanto “Ogni artista ha un’urgenza che lo spinge a lavorare, un desiderio segreto che lo sprona e del quale non vorrebbe mai rendere conto a chicchessia” (pag. 35).

Anna D’Elia ci restituisce un ritratto umano di Degas, scavando nei sentimenti e scoprendo le ipocrisie della società parigina della seconda metà dell’Ottocento. Un racconto appassionato, che esplora l’insondabile mondo delle passioni e della creatività, della realtà e dell’immaginazione, che fa accadere le cose più impossibili, persino quella di rendere bella la più brutta, proprio come accade a Nannina che rivive nella bellezza delle opere di Degas.

(Recensione tratta da PugliaLibre)