Pioggia dorata: la lettura sconsigliata ai tediosi moralisti

Elena Bibolotti scrive del sesso come pochi, elevando il genere a letteratura

Antonio Russo De Vivo

Pioggia dorata, pissing o urofilia. I tre termini appaiono, nelle ricerche sul web, legati, eppure quanta differenza: si va da Danae alla parafilia, dal mito alla malattia, passando per l’anglicismo che fa tanto pop. Parliamo della pratica sessuale per cui un partner urina sull’altro e l’altro si eccita e talvolta beve. È giusto partire da qui, dal titolo, perché Pioggia dorata di Elena Bibolotti è un libro in cui c’è molto sesso e di tutto questo sesso l’autrice ne scrive senza limiti, disturbando chi è facile a disturbarsi, eccitando chi ha piacere a eccitarsi, piacendo a chi apprezza la nuda verità.

Pioggia dorata è una raccolta di sei racconti erotici: il sesso e le conseguenze del sesso muovono i personaggi che sono tutti borghesi inversamente sessuofobici, ossia troppo ossessionati dal sesso; per intenderci, siamo in direzione ostinata e contraria rispetto a quella di Ulisse, il protagonista di Un apprendistato o Il libro dei piaceri di Clarice Lispector, che accompagna una donna nella ricerca, attraverso l’eros, del più grande e puro dei piaceri, puro perché vissuto senza macchia e senza ombra, la ricerca dell’orgasmo perfetto insomma. E invece quanta tristezza, quanta morbosità, quanta paura e rabbia in questi racconti di Bibolotti.

Un dentista infedele viene ricattato da qualcuna in possesso di prove del suo ultimo tradimento; un maschio dominatore umilia di continuo una femmina dominata; una donna manager sceglie maschi da dominare; un uomo è torturato dall’improvvisa assenza dell’amico; una escort dei tempi del web 2.0 incontra un uomo sorprendente; una giovane attrice vive una particolare storia d’amore con un vecchio drammaturgo che prova piacere a guardarla urinare.

Queste le sei storie amare del sottotitolo. Leggendole sembra che l’unica alternativa al binomio della sopravvivenza casa/lavoro sia il sesso, e non l’amore, che di amore, quando se ne parla, lo si fa come di un pianeta lontano, da raggiungere oppure da temere, e durante il viaggio/ricerca si inciampa sempre sull’Altro, il partner, qui entità plurale perché molti sono i rapporti occasionali, pochi quelli decisivi. Sembra tanto facile trovare il sesso quanto difficile goderne, e quando se ne gode la morale comune griderebbe allo scandalo: difficile far capire quanto il sesso come gioco estremo possa essere non solo godibile ma anche, per gli individui, catartico, rivoluzionario. Difficile far crollare l’interdetto morale rispetto a quelle pratiche libere dei corpi e “creatrici” tanto apprezzate da Foucault che sempre metteva in guardia dalla con-fusione sesso/malattia. Eppure l’erotismo occidentale, quell’erotismo il cui piacere, secondo Foucault, «è ammesso, basta sapere che dietro c’è un po’ di angoscia» (Il gay sapere, 1978), poggia sull’ambiguità: si trae piacere proprio entro la sfera dell’interdetto, dello scandalo, della sfida alla morale comune. Pioggia dorata, da questo punto di vista, è un utile ripasso.

Sorprende che un libro così ben scritto, che tratta l’eros con sapienza, eleganza, forza visiva – e ciò non sia dato per scontato: è più facile far ridere con una scena di sesso scritta male che con una battuta in stile spinoza.it –, che tramite l’eros riesce a far emergere personaggi “tondi” per usare un termine caro a E.M. Foster, e cioè sfaccettati, non assimilabili a una sola qualità, un libro in cui ogni racconto procede con efficacia verso un climax finale, sorprende che un tal libro sia stato pubblicato da una casa editrice giovane e rispettabile ma poco conosciuta, che se ne parli poco o nulla rispetto a tante opere dimenticabili, che poca attenzione abbia ricevuto. Certo Pioggia dorata ha qualche limite: un paio di finali troppo sensazionalistici, più di un passaggio scritto in eccesso; ma resta un libro assai meritevole che, soprattutto, ci consegna un’autrice capace di “scrivere il sesso” come pochi, elevando il genere a letteratura (e di letteratura erotica, qui, si parla). Basti, a conferma di ciò, questo capoverso la cui lettura è sconsigliata ai tediosi moralisti e consigliata in particolare ai deboli di carne:

“L’attività preferita di Marta era quella di leccargli le palle. Tanto esercizio l’aveva portata a raffinare sempre di più la sua tecnica e a fare variazioni sorprendenti. In quell’attività – che in troppe trascurano – Marta metteva lo stesso impegno di quando si esercita nella pulizia canalare. Non tralasciava nemmeno un centimetro della sua pelle grinzosa e gonfia. Avvolgeva quei gioiellini penduli nella lingua per risucchiarli con le labbra e risputarli fuori con espressione golosa, come avesse appena sputato il nocciolo di un frutto maturo. Mai una sola volta che avesse sentito i suoi denti. Stare dentro la bocca di Marta equivaleva a immergere le palle in un fluido magico. B. si domandò se fosse stata questa dote a fare di lei una donna in carriera che può cambiarsi faccia a un ritmo da star hollywoodiana.”
(Roba da grandi, p. 34)

Ma il sesso, per quanto sia molto, non è tutto, e tanti passi si fanno ricordare che esulano dalla sfera dell’erotismo, come quando, nell’ultimo racconto, l’attrice, spiando l’amante drammaturgo che sta a telefono, dice:

“Rimasi ad ascoltarlo per un buon quarto d’ora mentre ragionavo sulla scenografia, sul fatto che fosse essenziale una buona regia luci, e che di musica non voleva sentir parlare.
Mi domandai se quelle fossero prove per un dibattito futuro con chissà chi o un chiarimento con se stesso. Non sapevo colloquiasse con gli dei.”

(Pioggia dorata, p. 182)

È questa chiosa, “non sapevo colloquiasse con gli dei”, a palesare la cifra stilistica di Elena Bibolotti, scrittrice.

(Recensione tratta da Crapula club)