Pioggia dorata: l'incanto di personaggi veri, plausibili. Imperfetti

Elena Bibolotti, nelle sue sei storie amare, dipinge una realtà dove il sesso è il pretesto per scovare le nostre fragilità

Sono sei giorni che B., facoltoso dentista di origini meridionali, eterosessuale di ferro e molto conservatore a letto non riesce a pensare ad altro che a quella foto inviatagli via mail da un indirizzo anonimo, con subject “roba da grandi”. Ha addirittura assoldato un hacker per capire chi c’è dietro questo scherzo maligno che gli toglie il sonno. La sua piacevole vita normale fatta di lavoro, bellissimi viaggi, figli ormai grandi e strafottenti, sesso coniugale ed extraconiugale canonico ma soddisfacente sembra in grave pericolo. Nella immagine precipitata nella sua casella mail come un meteorite letale è raffigurata sua moglie Francesca, stimata sociologa, in ginocchio: ha un’espressione estatica, è attorniata da giovani maschi nerboruti in piedi in semicerchio che le urinano addosso…

Una coppia. Stanno insieme da due anni e da due anni lui non fa che rimproverarla, deriderla, umiliarla, insultarla malgrado la trovi bellissima. Lei vuole dipingere ma è una incapace, lei ha una voce sgradevole, ha i piedi piccoli e grassocci, gambe e caviglie troppo sottili, lei si ostina a comprare le olive di Gaeta che secondo lui sono troppo salate o a fare i toast con quell’insopportabile prosciutto cotto. L’uomo sottopone la donna a un fuoco di fila incessante di rimproveri, accuse, battute aspre nonostante la loro casa sia pulitissima e perfetta e lei si comporti come una geisha, come una servizievole cameriera che fornisce un servizio impeccabile al suo padrone. Ma soprattutto lui ama sottrarre alla sua donna il suo passato, fare piazza pulita dei suoi oggetti. Anche oggi, con sadismo, sta cercando qualcosa (“Un nauseante peluche rosa che sbucasse da un cassetto, per esempio; un diario chiuso con lucchetto, foto d’infanzia, vecchi poster di quando lei era adolescente conservati come sacre reliquie”) da gettarle via solo per ferirla. Ecco: quegli animaletti di vetro di Murano sono perfetti, lui li distruggerà, lei protesterà un pochino e lui la punirà. Ma non incaprettandola o picchiandola o esibendola sul web come al solito, no: stavolta l’uomo ha deciso di costringerla a bere la sua urina…

Sono solo i primi due racconti (di sei) di questa antologia – misteriosa la dedica in esergo a David Cameron – di storie che in qualche modo ruotano attorno al pissing, la pratica sessuale estrema che consiste nell’urinare sul partner o nel contemplare l’atto della minzione. Sei “storie amare”, come recita il sottotitolo: amare perché intrise di dolori, rancori, vendette e miserie ma anche amare come il sapore dell’urina. Pugliese di nascita e romana d’adozione, Elena Bibolotti – attrice diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, imprenditrice web e assistente al Master di scrittura creativa della LUISS “Guido Carli” – è alla sua seconda prova letteraria, che testimonia una indubbia crescita. I suoi infatti non sono “racconti-pretesto” in cui incastonare scene erotiche, ma frammenti che hanno una loro dignità indipendente dal tema “forte”. Qui il pissing è inteso come strategia di liberazione, come rituale sciamanico (la Bibolotti ha definito l’urofilia in una recente intervista “(…) una pratica estrema, che proprio perché estrema serve da grimaldello per liberare i miei personaggi dalle maschere e dalle sovrastrutture, una pratica di fatto disgustosa che dà loro la capacità di vedere le cose sotto una luce diversa”), ma anche più prosaicamente come una tecnica BDSM o come uno strumento di umiliazione.

La prosa della Bibolotti funziona meglio – toccando vette di cruda, brutale poesia – quando il registro letterario è alto e meno quando si viaggia sul realismo più piatto, mentre paradossalmente a livello di contenuti la sua forza è nella descrizione della sessualità di personaggi “veri”, plausibili, imperfetti (anche fisicamente). Finalmente si parla apertamente di eros estremo chiamando le cose con il loro nome, senza ricorrere a un orrendo frasario da Harmony oppure a corpi e genitali idealizzati. All’autrice chiediamo un ulteriore passo verso una scrittura più stilizzata e minimal, di lavorare per sottrazione gettando fuori bordo ogni zavorra: le cose a quel punto potrebbero davvero farsi interessanti.

(Recensione tratta da Mangialibri)