La macchina per cucire: diario della cooperazione internazionale

Il libro di Valeria Patruno racconta un modo alternativo di condividere, riflettere.

C’è un modo alternativo di viaggiare. C’è un modo alternativo per impegnarsi a favore delle aree più povere della Terra. E c’è un modo alternativo per condividere le proprie storie di vita. Il libro di Valeria Patruno, La macchina per cucire. Viaggio nelle periferie dei diritti (Giazira Scritture, pp. 194, euro 14), raccoglie tutti questi elementi e soprattutto si distingue da quelle numerose pubblicazioni autobiografiche che non hanno granché da raccontare, fatta eccezione per l’egocentrismo dell’autore. In questo libro, al contrario, le storie vissute personalmente dall’autrice rappresentano il vero punto di forza; e sono talmente ricche di notizie, di contesti diversi, di emozioni che semmai saremmo tentati di conoscere, per ciascuna di esse, un ulteriore approfondimento.

C’è un modo alternativo di viaggiare, ed è quello di chi lavora nel campo della cooperazione internazionale. Valeria Patruno, laureata in Scienze politiche, opera in diverse aree del mondo da circa quindici anni, collaborando con agenzie delle Nazioni Unite e con alcune Ong e occupandosi anche di consulenza e formazione per le piccole e medie imprese. Al centro del suo libro ci sono proprio questi viaggi: dal Pakistan alla Cina, dal Kosovo al Mozambico, l’autrice ha attraversato luoghi distanti nello spazio e per tradizione culturale, ma senza perdere lo sguardo di chi intende conoscere in profondità il paese di cui si è ospiti. Uno sguardo ben diverso, com’è evidente, da quello di un turista; uno sguardo che però non lascia spazio alla compassione, e che invece è tutto rivolto alla passione, quella per il proprio lavoro di cooperante internazionale.

C’è un modo alternativo per impegnarsi a favore delle aree più povere della Terra, diverso dall’inviare un sms di solidarietà. La cooperazione internazionale soffre di una atavica assenza di narrazione da parte dei grandi mezzi di comunicazioni, oltre che di risorse economiche. Eppure è il campo in cui si misura davvero la volontà di aiutare intere popolazioni a ottenere migliori condizioni di vita. Valeria Patruno racconta numerose situazioni di questo tipo, soffermandosi in particolare su quei luoghi che necessitavano di un aiuto particolare successivamente a un grave disastro: un terremoto, un’alluvione, uno tsunami. Ricostruire da zero interi villaggi necessita non solo di grosse quantità di denaro, ma soprattutto di organizzazione, progettazione, impegno: il lavoro della cooperazione internazionale è prevalentemente quello, e le esperienze personali dell’autrice ne offrono una testimonianza preziosa.

Infine, c’è un modo alternativo per condividere le proprie storie di vita. Patruno in questo libro ha scelto di riprodurre le e-mail che, nel corso dei suoi viaggi, inviava ad amici e parenti rimasti in Italia. Si tratta, quindi, spesso di testimonianze in cui le emozioni personali e i racconti di vita quotidiana in contesti tutt’altro che facili prevalgono sulle approfondite analisi geopolitiche. Come scrive Claudio Schiano nella Prefazione, «In questo libro le storie fanno ciò che sanno far meglio: trasformare le statistiche e le riflessioni sociopolitiche in vite, dare mani e piedi e volti ai concetti, per impedirci di dimenticare che senza la gentilezza di Amir, senza la vocazione a proteggere di Liam il fuggitivo, senza l’operosità di Haad non potremmo neppure immaginarlo, un mondo più giusto».

(Recensione tratta da Puglalibre.it)