Festival Notte d’Oriente. Al Minareto di Fasano, Giazira scritture anima un racconto collettivo
Un banchetto con una selezione di libri. Davanti un leggio. Su di esso un quaderno bianco aperto e una penna. L’invito a chiunque si avvicinasse era uno soltanto: scrivi una frase della tua storia. La proseguirà chi si avvicinerà dopo di te.
Ne è nato un racconto che pubblichiamo qui di seguito, come promesso alle centinaia di persone presenti mercoledì 22 luglio al minareto della Selva di Fasano.
Per noi è anche un modo di dire grazie al Festival Notte d’Oriente per averci coinvolti in questa esperienza. A Gea, all’organizzazione e a tutti i partecipanti, buona lettura:
Mi sento grata ed in connessione, con il vento tra i capelli che mi ricorda di essere libera e penso a quanto è successo oggi e a come la mania di controllo mi abbia abbandonata.
Mi guardo intorno e penso a quando la vita a volte ci faccia dimenticare la bellezza delle piccole cose. Guardo nello spazio che la natura riserva all’arte, c’è sempre curiosità per la luna, di rinascere.
Questo stava pensando quando un rumore lo interruppe.
Ad una certa un topicchio ed una fatina si fermarono, era il rumore del loro cuore, era forse amore?
Incombe il silenzio e poi si dormò, felicemente.
Il piacere di fare le cose insieme, di costruire, di colorare, di cucinare, di mangiare, di passeggiare e in riva al mare sognare di scalare una montagna.
Era molto diversa dall’aria di città da cui proveniva. Persino il vento profumava di buono. Come i dolci della nonna, quel profumo delizioso che invadeva la casa e tutto il corpo ne traeva un benessere.
Quell’onda quieta che trasporta i ricordi; quei profumi che solleticano la mente, come il saltare da un luogo ad un altro, e così mi persi tra i meandri della mia mente in questa selva ricca di passato e storie; finché nello stesso caotico sentiero ritrovai me stessa. E chissà…
…Chissà se magari tutte quelle stelle lassù brillano per noi. E magari quando ci sentiamo soli basterà ricordarci di alzare lo sguardo verso il cielo.
Rivolsi lo sguardo al cielo, scrutando la costellazione che mi ricordava di lei, la stessa che mi diede la sicurezza di chiederla in moglie, la stessa che mi ricordava la lucentezza dei suoi occhi nelle notti buie, la cintura di Orione.
Ovunque io sia torno a prendermi. Questa sì era lucentezza: tornare a prendere qualcuno o qualcosa.
E lei era lì a passeggiare nel viale dove era cresciuta, quel viale pieno di bei ricordi, dove giocava ogni estate con i suoi amati cugini, tra i trulli, il minareto, gli ulivi secolari ed il profumo dei suoi angeli custodi. Si interrogava sul suo futuro, era tornata alle sue radici per riscoprirsi, conoscere di nuovo, crescere ed aumentare le sue frequentazioni, per trovare il coraggio di tornare ad amare!
Non è una finestra ma un oblò, da cui guardare il mondo, con occhi diversi ogni volta che un viaggio ci attraversa per ritrovare fili; fili che si annodano, fili che si incrociano, fili che si ingarbugliano, fili che si incrociano. Un oblò di nave, di aereo, di casa… chissà, ma poco importa quando si inizia un viaggio e si arriva e si ritorna a se stessi, quel luogo in cui forme e profumi, colori e luci sono casa.
Il bene non va verso il male.
Da due diventiamo uno, da uno diventiamo zero.
Il negativo va verso il positivo.
Ho visto mondi, ho scorso luci, ho attraversato viali… Mi sono imbattuta in una porta… un giorno attraverserò il suo uscio in cerca del mio rinnovamento.
A chi non ha paura di quello che è nuovo, di chi è diverso e lontano da sé; e a chi propone e invita ad avvicinarsi all’altro, grazie!
E poi si chiese:
“Quanti sogni servono per attraversare un dolore?”
Lei voleva essere leggera come una farfalla.
Lei voleva essere in Oriente.
